domenica 5 gennaio 2014

Il viaggio di Dio

In Occidente siamo abituati a vedere la storia come una lunga linea retta che va dal punto A, il passato, a un punto B, il futuro. Diritta, senza interruzioni, scientifica, misurabile.
Esiste invece una circolarità della storia che ha molto a che vedere con il sentire e la coscienza di ciascuno, con l'esperienza personale che, sappiamo molto bene, è fatta di rallentamenti, dietro-front, capovolgimenti di fronte, deviazioni ... e si alimenta di sentimenti, passioni e percezioni che non sempre riescono a tradursi in una conoscenza limpida, concreta.
Quanto è lungo un giorno? Perché certe giornate sembrano essere tutte uguali, affondate nella routine, quando altre, al contrario, appaiono molto movimentate, al limite dello stressante... quando, a ben vedere, sono scandite da un'agenda tutto sommato abbastanza simile?
In fondo, noi missionari viviamo questa circolarità della vita, così ben espressa da un'aforisma di Thomas S. Eliot che mi piace sovente ricordare:
Non smetteremo di esplorare.
A. Rodin, La mano di Dio
E alla fine di tutto il nostro andare,
ritorneremo al punto di partenza
e lo conosceremo per la prima volta.
Ogni istante della nostra vita è sorgente di continue soste e ripartenze.
La storia della salvezza parrebbe rappresentabile con un'interrotta linea retta, che va dal momento originario della creazione alla fine dei tempi, alla redenzione. Tuttavia, la redenzione non è in realtà la ri-creazione dell'armonia degli inizi, prima del peccato? Tutta la storia della salvezza non è in fin dei conti la storia di un grande, eterno ritorno?

lunedì 23 dicembre 2013

Buon Natale 2013

Merry Christmas - Feliz Navidad - 메리 크리스마스 - Feliz Natal - Buon Natale - Wesołych Świąt

Manca soltanto la scritta in mongolo, per augurare a tutti "Buon Natale" nelle lingue dei paesi che fanno da scenario alla missione che mi è stata affidata; Google Translator non la fornisce e sono rimasto spiazzato. Urgerà farsene mandare traduzione da chi là lavora.
Non vi sentite esclusi, cari confratelli e consorelle che vivete e lavorate in Mongolia, perché a Natale penso e prego sempre per voi, così lontani, circondati dalle steppe fredde, intorno a un presepe vivente così come sin da piccolo ho imparato a immaginare: con tanta neve.
È invece diversa la piccola scena della natività che ravviva con il sapore del Natale la mia camera. I colori della pace fanno da sfondo alla Sacra Famiglia, i cui tratti indigeni latinoamericani mi riportano indietro nel tempo e danno a questi giorni un'ulteriore pennellata di nostalgia.
Sono anche i colori della gioia, quella stessa gioia che papa Francesco ci invita a riscoprire ed assaporare vivendo con fede la nostra esperienza cristiana. Che il Bimbo di Betlemme si incarni nel cuore di ciascuno di noi, facendoci riscoprire la gioia semplice e genuina delle piccole cose, di una parola gentile, di un gesto affettuoso, di un istante di tenerezza.
Buon Natale

venerdì 12 luglio 2013

Aspettando Soulik

In una delle lingue della Micronesia il termine "Soulik" definisce il capo, il leader. Nome appropriato per il tifone che si sta avvicinando alle coste di Taiwan. Non ho mai vissuto l'esperienza di un tifone e sono contento di poterlo fare al riparo dagli eccessi delle intemperie, insieme a una rassicurante compagnia di missionari che già hanno vissuto esperienze simili.
Soulik è forte, continua a ripeterlo la radio locale ed insistono nel farlo vedere i diagrammi delle previsioni del tempo televisive. I prezzi salgono, soprattutto quelli della verdura, prodotto deperibile di cui domani, dopo che Soulik sarà passato, si sentirà la mancanza. Pare che il vento soffierà a 200 chilometri all'ora e ci saranno piogge torrenziali in grado di fare danni. Non a Tapei, forse, dove da tempo ci si sta preparando pulendo fogne, tombini e canali. La popolazione ha imparato a sopravvivere a questa realtà dei tifoni, che colpiscono l'isola con frequenza, anche se, per fortuna, con diversa intensità.
Ieri il tempo è stato splendido: l'aria pulita, un sole caldissimo, il cielo di un azzurro accecante. Mi spiegavano che il tifone fa così: si prepara il terreno prima di scaricare il suo oceano di pioggia.
Penso con una certa apprensione a chi può non trovare un riparo adeguato, alle emergenze che questa situazione potrà provocare... Prego il Signore che Soulik se ne vada da vero leader, incutendo rispetto e risparmiando i deboli. Domani mattina a Taipei sarà già tutto finito, ma il tifone esaurirà la sua corsa soltanto sulle coste della Cina, già piegata in questi giorni dalla rterribile situazione di maltempo che ha colpito la regione del Sichuan. Staranno anche loro attendendo Soulik, con la segreta speranza che passi come un leggero soffio di vento.

lunedì 1 luglio 2013

Un ricordo che sbiadisce

Martedì scorso, 25 giugno, si è celebrato il 63° anniversario dell'inizio della guerra di Corea, data resa particolarmente significativa quest'anno, in quanto segue di poche settimane il difficile periodo fatto di provocazioni e minacce di ritorsione vicendevolmente fra il Governo di Pyongyang, gli Stati Uniti, Seoul e i loro alleati nella zona Asia Pacifico. All'evento è stata ovviamente data un'abbondante copertura mediatica, con articoli di approfondimento ed editoriali molto interessanti. Tra i vari articoli ne sottolineo due, pubblicati entrambi dal The Korea Herald, il principale quotidiano sudcoreano in lingua inglese.
Il primo, intitolato “Not forgotten” (non dimenticati), risale all'edizione del fine settimana precedente e  riportava la testimonianza di un ex prigioniero di guerra sud coreano, catturato nei giorni immediatamente precedenti la fine del conflitto e deportato in Corea del Nord dove è rimasto per decine di anni a lavorare forzatamente nelle miniere. Soltanto dopo un lungo periodo e tra mille peripezie è riuscito a ritornare al Sud e a ricongiungersi con ciò che restava della famiglia e degli amici di un tempo. Il racconto rivela un quadro impressionante ed ancora molto vivo di un paese diviso con il righello e senza misericordia dopo quello che è stato il più sanguinoso conflitto combattuto negli anni della "guerra fredda". Tre cose colpiscono di quell'articolo: la prima è la quantità delle persone coinvolte; un rapporto delle Nazioni Unite stima intorno alle 82 mila unità i soldati sudcoreani dispersi in azione di guerra, di cui molti si presume siano rimasti prigionieri di Pyongyang. Soltanto poco più di 8 mila sarebbero coloro che sono stati restitutiti dalla Corea del Nord e hanno potuto fare ritorno al Sud. Secondo, l'incapacità della diplomazia di liberare queste persone che, di fatto, si sono costruite loro malgrado una nuova esistenza sotto il regime nordcoreano. Infine, l'impatto di questi reduci una volta liberati, con una patria completamente cambiata e che era stata loro descritta come un inferno in terra dalla propaganda del regime. Lo shock emotivo e culturale di chi riesce ad attraversare la frontiera e raggiungere Seoul è un qualcosa di veramente impressionante, che richiede un lungo periodo di accompagnamento psicologico.