lunedì 5 maggio 2014

Contro il logorio della vita moderna: 10 Consigli di Giuseppe Allamano (4)

Scegliere la mansuetudine come strada di trasformazione: una pillola controcorrente
 Al termine del Gran Premio di Australia, primo appuntamento stagionale con la Formula Uno, Bernie Ecclestone, storico deus ex machina del circo a quattro ruote, è rimasto profondamente deluso per l’impatto dei nuovi motori turbo V6, insolitamente silenziosi rispetto ai modelli precedenti. “Ridateci il rumore”, ha lamentato l’anziano Patron, dando voce ai nostalgici del frastuono provocato dalle rombanti monoposto lanciate in pista a tutta velocità. In effetti, risulta difficile pensare a una gara di automobilismo in sordina; è come sei il rumore fosse parte della sua essenza, a cui ci siamo troppo abituati. Il rombo del motore esprime la potenza della vettura, ne annuncia l’arrivo, ne segnala l’ inquietante presente passaggio, ne saluta il veloce schizzare via.
Parrebbe una metafora della nostra vita quotidiana, in cui il rumore è onnipresente: a volte inconsapevolmente prodotto, altre volte ricercato con determinazione e un velo di arroganza. Un leone ruggisce, non miagola, e una macchina da corsa deve fare rumore se vuole essere considerata come tale. Oggi il nostro quotidiano è popolato da ruggiti continui. Si ruggisce in politica con la stessa foga che una volta era riservata alle discussioni da bar del lunedì mattina. Si ruggisce nei talk show televisivi, dove si fa a gara a chi gonfia di più le vene del collo, a chi punta il dito più vicino alla faccia, a chi la spara più grossa, e sovente più grassa. La misura è diventata virtù rara, bisogna esagerare, pur di battere, annichilire l’avversario. La pretesa di aver ragione e di imporre questa convinzione con la forza ci porta ad essere molto più irascibili di una volta, agli incroci come in famiglia, a scuola come sul lavoro.
Chi urla non è consapevole della forza delle proprie opinioni e deve imporle con un surplus di rumore, proprio come quei ragazzi che truccano la marmitta del loro motorino per farlo rimbombare nemmeno avessero uno Space Shuttle da dominare con il manubrio. Va da sé che chi deve ricorrere agli effetti speciali per far valere le proprie ragioni è naturalmente più portato ad esagerare, a far diventare il dialogo una pura e semplice serie di monologhi, a trasformare il conflitto in una battaglia (che si spera resti nella sfera del verbale e non trascenda nel fisico; anche se si sa bene che “da cosa nasce cosa”…). “Il meglio del meglio non è vincere cento battaglie su cento – scrive Sun Tzu, nel suo celebre saggio L’Arte della guerra – ma bensì sottometterlo senza combattere”.  Nonostante la reverenda età (è stato scritto circa 2.500 anni fa) il testo di Sun Tzu continua ad attrarre frotte di ammiratori, soprattutto per le applicazioni che ne vengono date nel campo del management. Tuttavia, la gara a chi urla più forte e a chi mena più duro sembra confermarsi come consolidata prassi e avere molto più appeal nella vita di tutti i giorni.

giovedì 1 maggio 2014

Home sweet home

Il missionario dovrebbe essere distaccato da tutto, pronto a partire "alla bisogna", seguendo una vocazione che non ammette il guardarsi indietro. Il Vangelo in alcuni punti fa sua questa esigenza di itineranza e distacco, concetto che viene ripreso anche dal "Manuale delle giovani marmotte" ad uso del missionario. A volte, però, anche senza cercarle, arrivano ogni tanto delle piccole consolazioni. Bello è stato rientrare nella nostra casa regionale di Yeokgok dopo circa un anno e ritrovare la stanza che avevo utilizzato così come l'avevo lasciata un anno prima (beh, qualcuno una spazzata gliela aveva pur data, grazie al cielo), persino il letto era stato lasciato nel punto in cui l'avevo spostato perché mi dava l'idea di una maggior praticità. Internet è entrato immediatamente in funzione, visto che tutta la strumentazione ne ha riconosciuto una password precedentemente memorizzata.
Sono cose sciocche, capisco, ma che fanno riflettere su una delle eterne questioni della spiritualità missionaria, soprattutto nel momento in cui, come nel nostro caso, questa si coniuga con la vita religiosa. Il punto è quello di trovare un giusto equilibrio fra stabilità e itineranza. Da una parte il missionario è chiamato ad andare, dall'altra si è portati a fare casa, a costruirsi uno spazio, a segnare un terreno. Certamente, se si vuole portare a termine un progetto si esige il dare una stabilità anche al personale, non soltanto alle cose. Ed ecco che il mettere radici fa crescere l'albero in un determinato posto, più difficile da spostare. Ma al di là delle ragioni funzionali, esistono degli ancoraggi che potremmo definire esistenziali. Lo percepisco nella mia esperienza personale, in modo particolare in questi anni in cui, per il servizio che sono chiamato ad offrire, devo viaggiare molto. Parto ancora volentieri, per fortuna ma, forse è una esperienza condivisa da molti, ho bisogno di "fare casa" lì dove arrivo. E' chiaro che una vita comunitaria piena, ben vissuta, aiuterebbe non poco a trovare con più facilità questo equilibrio, Tuttavia, anche in questo caso, mi sembra di poter dire che si tratta di un'esigenza che trascende anche la dimensione comunitaria della nostra esperienza di religiosi.

In Mongolia si vive nelle tende, ma ogni tenda la la sua caratterizzazione, il suo piccolo angolo che la rende "quella" tenda, e non un'altra. Credo che questa sia la dimensione che dobbiamo ricercare. Missionari del camper, il "nostro" camper, la nostra casa, ma con quattro ruote sotto per poterla spostare. Non credo che si debba rinunciare a quel tratto molto umano del trovare il nostro angolo, in cui stare bene per fare ciò che dobbiamo fare, per metterci meglio al servizio della missione, sapendoci spostare quando essa ce lo chiede. La leggerezza diventa fondamentale. "Casa" può essere fatta con poche cose, facilmente trasportabili o ricostruibili per aiutarci ad essere domani stabili nel nostro andare. Ho fatto prima l'esempio dell'albero che mettere radici. Se fossimo tutti dei bonsai non avremmo problema ad essere trasportati con il nostro vaso e quel po' di terra in un contesto totalmente diverso.

lunedì 28 aprile 2014

Poche ore dopo ...

Passeggiata in piazza San Pietro e dintorni nel pomeriggio di domenica 27 giugno, poche ore dopo la canonizzazione dei due papi. Stanchezza sui volti, ma anche gioia di chi ha potuto assistere ad un evento irripetibile sullo sfondo di una città davvero unica, pronta a gonfiarsi come una spugna e accogliere in grembo chi vuole godere un attimo della sua grande bellezza.
Non è stato facile gestire un evento che ha portato a Roma più di un milione di persone, ma l'esame è stato superato brillantemente.
Ovviamente c'è stato chi ha provato a trovare il pelo nell'uovo (sicuramente la perfezione non è di questo mondo), ma sulla scia dell'emergenza pubblico verificatasi in occasione della morte e dei funerali di Giovanni Paolo II, la Capitale ha risposto davvero bene.
Resteranno negli occhi i colori delle maglietti, dei cappellini e delle bandiere, ancora più in evidenza per il contrasto con il cielo grigio di ieri.



sabato 15 marzo 2014

Contro il logorio della vita moderna: 10 Consigli di Giuseppe Allamano (3)

Amate una religione che vi offre le promesse di un'altra vita e vi rende più felici sulla terra

Se una pillola non aiuta a star bene,  perché prenderla? Questo semplice e lapalissiano principio vale anche per le “pillole” dell’Allamano: prima di somministrarle bisogna essere perlomeno convinti del loro effetto benefico; la bontà di un prodotto va certificata con tanto di risultati.
La pillola di questo mese parla di felicità, il fine ultimo del cammino esistenziale di ognuno. Tutti gli uomini vogliono essere felici e ricercano con sforzo come esserlo, anche se molte volte danno all’oggetto della loro ricerca un nome diverso.  Esiste davvero una pillola che ai aiuti ad essere felici, visto e considerato che molte persone non si possono, oggi, dichiarare certamente tali?
Chi crede dovrebbe avere una risposta pronta da offrire, una soluzione in grado di soddisfarlo nel suo percorso di ricerca e pronta per essere condivisa con tutti: il cammino di fede fa dire al credente che la meta agognata non può essere altri che Dio, che è lui la vera felicità.  Il desiderio di Dio, per il cristiano, è scolpito a chiare lettere nel cuore dell'uomo, e  Dio, da par suo, non smette un secondo di attirare a sé la sua creatura, proprio perché la vuole felice.
Chiaramente ci si trova di fronte ad una difficoltà: se Dio è la felicità e il suo profondo desiderio è che tutti gli uomini siano felici, perché, di fatto, la cosa non si verifica? In effetti, il cristiano è convinto che non sia sufficiente il puro e semplice sforzo dell’uomo per raggiungere il Dio- felicità: la felicità è grazia, dono. Tuttavia, per poter ricevere tale regalo, l’essere umano deve collaborare attraverso delle scelte concrete di vita che gli permettano di aprirsi alla grazia che Dio gratuitamente e generosamente offre.  L’a
zione umana non è l’unica causa, e neppure la causa principale del conseguimento della felicità, ma è tuttavia indispensabile proprio perché il dono di Dio possa essere liberamente accolto.
Questa, in poche parole, è la teoria; in pratica le cose non sono così semplici. Oggi, in effetti, il mondo Occidentale è abbastanza scettico rispetto a quanto passa il nostro convento in materia. In uno dei suoi ultimi saggi, il filosofo Umberto Galimberti analizza il fenomeno della perdita del sacro che colpisce la cristianità in generale, rendendo il cristianesimo, agli occhi di coloro ai quali si dirige, una religione dal cielo “vuoto”, che rivela il nulla. La de-sacralizzazione del mondo ha fatto perdere nell’uomo la fiducia nella possibilità di un Dio trascendente, totalmente altro. Se Dio è felicità, da questa felicità il mondo si è separato, ne ha decretato la morte, l’ha rescissa dalla propria storia.