sabato 30 marzo 2013

Auguri Pasquali di Don Tonino Bello


Cari amici,
come vorrei che il mio augurio, invece che giungervi con le formule consumate del vocabolario di circostanza, vi arrivasse con una stretta di mano, con uno sguardo profondo, con un sorriso senza parole!
Come vorrei togliervi dall'anima, quasi dall'imboccatura di un sepolcro, il macigno che ostruisce la vostra libertà, che non dà spiragli alla vostra letizia, che blocca la vostra pace!
Posso dirvi però una parola. Sillabandola con lentezza per farvi capire di quanto amore intendo caricarla: "coraggio"!
La Risurrezione di Gesù Cristo, nostro indistruttibile amore, è il paradigma dei nostri destini. La Risurrezione. Non la distruzione. Non la catastrofe. Non l'olocausto planetario. Non la fine. Non il precipitare nel nulla.
Coraggio, fratelli che siete avviliti, stanchi, sottomessi ai potenti che abusano di voi.
Coraggio, disoccupati.
Coraggio, giovani senza prospettive, amici che la vita ha costretto ad accorciare sogni a lungo cullati.
Coraggio, gente solitaria, turba dolente e senza volto.
Coraggio, fratelli che il peccato ha intristito, che la debolezza ha infangato, che la povertà morale ha avvilito.
Il Signore è Risorto proprio per dirvi che, di fronte a chi decide di "amare", non c'è morte che tenga, non c'è tomba che chiuda, non c'è macigno sepolcrale che non rotoli via.
Auguri. La luce e la speranza allarghino le feritoie della vostra prigione.

Don Tonino Bello

martedì 26 marzo 2013

Immagini della Semana Santa Sevillana

Un tour artistico-religioso per Sevilla, accompagnato dalle bellissime immagini sacre selezionate dall'amico Antonio Carmona: il volto sofferente del Cristo, le lacrime della Vergine, catturate dall'immaginazione e dalla devozione popolare.
Video Settimana Santa Sevillana

venerdì 15 febbraio 2013

Europa e la continentalità


Si è svolta a Roma dal 21 al 26 gennaio 2013, presso la Casa Generalizia dei Missionari della Consolata, l’Assemblea continentale europea. Momento di discernimento e condivisione proposto dal Capitolo Generale, l’Assemblea ha seguito di qualche mese la riunione del Consiglio Continentale, organo direttivo e orientativo di tutte le attività missionarie che si svolgono in Europa. Era stato proprio il Consiglio ad indire di fatto l’Assemblea e a stabilirne l’agenda con l’obiettivo, anch'esso rispondente a un mandato capitolare, di iniziare ad abbozzare quello che sarà il Progetto missionario continentale dell’Europa.
In particolare il Consiglio aveva chiesto di offrire un chiarimento sul significato di Continentalità alla luce della realtà europea, di individuare alcuni ambiti ad gentes prioritari in Europa oggi e di dare alcune luci in merito alla contestualizzazione del nostro carisma della formazione e dell’economia. Un tempo è anche stato dedicato alla redazione delle schede del Biennio, che contengono il lavoro previsto per le nostre comunità locali (cf. XIICG, 25 e Linee programmatiche della DG “Passiamo all'altra riva”).

La continentalità, questa sconosciuta?
In questa breve riflessione ci soffermeremo in particolare sul tema della Continentalità, scelta capitolare chiamata a diventare sempre di più, in Europa come altrove, parte del modo di intendere la missione del missionario della Consolata. È stato importante partire da questo punto, in quanto l’idea di continentalità non è ancora totalmente compresa e accettata, nonostante che nell'Istituto si parli ufficialmente di continentalità dal Capitolo Generale di Sagana del 1999. Sarebbe anzi interessante riprendere ancora una volta gli spunti offerti dalla riflessione IMC al riguardo, sottolineando anche il modo in cui, a volte con sfumature diverse, sono stati recepiti nei vari continenti.
Qui basti ricordare quanto l’ultimo Capitolo Generale ha sottolineato parlando di continentalità, riconfermando la scelta dello “spirito di continentalità” come  criterio fondamentale per qualificare e contestualizzare maggiormente la nostra missione (XI CG 95). L’Assemblea ha provato a definire cosa significa per noi in Europa la parola “continentalità”. Dare una definizione significa rivelare l’essenza, ciò che una realtà è in quanto tale, con gli elementi fondamentali che la caratterizzano.
Una definizione di continentalità
Il risultato di questa riflessione è raccolto nelle frasi seguenti, che sono il frutto del discernimento di tutti coloro che hanno preso parte all'incontro; si è detto che la continentalità:
  • è uno spirito, che esprime il comune desiderio di contestualizzare la nostra missione e il nostro carisma in Europa;
  • è un cammino
o   già in atto, graduale e costante, di qualificazione della nostra missione;
o   attraverso il quale ci inseriamo in un processo europeo più ampio che tocca la vita politica, sociale, economica, religiosa dei nostri paesi;
o   che ci stimola a diventare maggiormente segni di consolazione e sentinelle di universalità e globalità all'interno delle chiese e delle altre realtà locali in cui ci troviamo;
  • è lo strumento attraverso il quale possiamo immaginare e realizzare una missione più aperta, condivisa ed efficace, nella responsabilità e nella sussidiarietà in vista di una nuova organizzazione giuridica dell’Istituto.
Ogni affermazione non dovrebbe aver bisogno di nessuna spiegazione, ma merita due parole di commento.
Innanzitutto, la definizione, citando il Capitolo, ribadisce che la continentalità è uno spirito, un modo di vedere la realtà, una disposizione dell’animo aperta alla realtà del paese vicino, alla volontà di lavorare fianco a fianco su problemi comuni, aiutandosi vicendevolmente a capire il contesto e ad intervenire su di esso con strumenti adatti.
L’Assemblea ha anche ritenuto importante sottolineare la dinamicità del processo continentale definendolo un cammino. È convinzione condivisa che sarà solo percorrendo tale cammino che, come ci ricorda la famosa frase di Antonio Machado, il nostro procedere si potrà arricchire di nuove strade e di altrettante possibilità di migliorare la comprensione di questo fenomeno. Il cammino continentale è già presente; fa parte dell’esperienza dell’Istituto, ma si rende anche manifesti in molti tentativi di unità che coinvolgono la società civile e politica, il mondo del lavoro e, ambito ultimamente messo un po’ sotto esame, l’economia. Anzi, i partecipanti all’Assemblea hanno tenuto a precisare che, nel dare una definizione di continentalità, desideravano inserirsi in una scia del passato. Più volte hanno ripetuto che la continentalità non è un’invenzione del momento, ma il frutto di un desiderio sincero di essere segni più vividi di consolazione e attente sentinelle di universalità e globalità nelle realtà, ecclesiali e non, dove ci si trova a vivere la nostra missione.
Alcuni elementi imprescindibili
Detto questo, la speranza è che, iniziando a lavorare insieme, lo spirito diventi sempre di più anche uno strumento capace di dare alla nostra organizzazione continentale quei tratti, anche giuridici, che la renderebbero più leggera, più duttile, più rispondente al contesto e al tempo presente. Chiaramente, se non si parte, mai si arriverà ad una meta, qualunque essa possa essere.
L’Assemblea ha anche individuato alcuni aspetti ritenuti irrinunciabili per poter mettere in marcia un cammino continentale che non sia soltanto esercizio teorico, ma diventi strumento pratico di governo, di buon governo. L’aspetto più importante è senz'altro quello di arrivare quanto prima ad un Progetto missionario continentale, in modo da avere un punto di riferimento, un navigatore sempre acceso in grado di ricordare principi, discernere priorità e scegliere strumenti idonei. Fondamentale è anche il ruolo giocato dalla formazione continua e da una possibile attività concreta, condivisa a livello continentale.
Dall'Assemblea è emerso chiaramente che il conseguimento di questi aspetti basilari e dalla capacità di formare e coinvolgere i missionari in questo cammino dipenderà in buona parte l’esito positivo del cammino continentale iniziato e, di conseguenza, della nostra missione in Europa oggi.

lunedì 17 dicembre 2012

È nato, si dice


È festa persino in galera e dentro alle case di cura 
soltanto che dopo la festa la vita ritornerà dura 
ma oggi baciamo il nemico o quelli che passano accanto 
o l'asino dentro la greppia Natale il giorno più santo…

La Sacra Famiglia - Roma, Basilica di Santa Maria degli Angeli
Il 7 ottobre 2002, dieci anni fa, moriva Pierangelo Bertoli, esponente di un ricco panorama di cantautori che ha saputo tradurre in musica le speranze e le rabbie di un Italia in fermento davanti a una crisi generale che la svegliava dalle troppo facili illusioni del boom economico. Cantante schietto, “a muso duro”, proto ecologista globale con uno dei suoi testi più famosi, “Eppure soffia”, Bertoli ha dedicato al Natale una sua canzone:  “È nato, si dice”. Nascosto dietro ad un motivo orecchiabile, che richiama come in un gioco musicale la tradizionale “Astro del ciel”, il testo presenta una critica severa, se non addirittura feroce, a consumismo, chiesa e, in fondo, al buonismo impenitente che si nasconde in ognuno di noi.
Riascoltando Bertoli in vena di commemorazioni, mi chiedo come sarà questo Natale in tempo di crisi. Non è difficile prevedere trasmissioni e telegiornali in cui signore piene di pacchetti ci ripeteranno, uscendo da mercati e centri commerciali che sì, quest’anno è stato difficile soddisfare i desideri di tutti i nipoti e si è dovuto ridurre, tagliare… Babbo Natale porterebbe i doni, ma Monti porta via le speranze e allora bisogna adattarsi… ma adattarsi a cosa?
Oggi, per molte famiglie italiane il Natale non significa più ciò che dovrebbe invece significare. La poesia da Baci Perugina che sottostà a tanti messaggi e auguri “di stagione” (seasonal greetings, come recitano ormai molte politically correct Christmas cards) ha talmente mielato l’occorrenza da renderla una melassa di luci di vetrina, fiocchetti colorati e stress da ipermercato affollato. Resisteva un tempo il baluardo del pranzo di famiglia, a cui si doveva partecipare obbligatoriamente tutti, stroncato, quest’ultimo, non tanto dal caro vita quanto dal frammentarsi e moltiplicarsi dei nuclei familiari.
È nato, si dice; ma se Monti continuerà con la sua politica dei tagli, cosa resterà del nostro Natale? Non sarà che si proverà persino vergona a presentarsi sotto l’albero (anche il presepe è un po’ demodè) a mani vuote o soltanto mezze piene? Meriterà ancora celebrarlo un Natale da poveretti? Non sarà che dovremo persino ritornare ad andare a Messa di mezzanotte per scoprire un altro pezzo di poesia ormai perduta?

La riscoperta del Natale
Eppure, verrebbe da chiedersi: se il Natale in tempo di crisi corre il rischio di essere un Natale sottotono, come lo avrà celebrato finora la maggior parte delle persone nate e vissute (poco e male) in parti del mondo meno privilegiate delle nostre? Oggi, abbiamo tra le mani una possibilità: quella di rivalutare il nostro Natale, di ripresentarlo per quello che veramente è: un’azione di grazia del Dio amore, di un Padre che tanto ha amato il mondo da dare il suo unico Figlio per la salvezza di tutti, che non ha rinunciato alle sue prerogative divine, ma si è fatto come noi, fango nel fango, per poterci tirare fuori dalla melma del peccato, della fragilità, della paura e restituirci il vestito buono della dignità.
Natale è la festa del poco, di ciò che è piccolo, un evento rappresentato, come in un gioco di parole, dalla stalla e dalla stella di Betlemme: un luogo di miseria in cui trova posto Dio che nasce. E se oggi il poco sembra pervadere la nostra vita come mai prima, ecco che il NataIe è anche la festa nostra, che può toccarci nell’intimo, nel profondo, e se davvero lo fa ci può cambiare per sempre.  I racconti della natività, sono estremamente duri e parlano di uno scenario di oppressione in cui si muovono i personaggi della storia più famosa e più amata; una storia dentro ai cui contorni sono racchiuse le esperienze di tutti, di sempre. Non per nulla, nel concepire a Greccio il primo presepe, San Francesco intendeva rappresentare l’istante iniziale della vita di Cristo per sentirne sensibilmente, sulla propria pelle, l’esperienza del nascere, e del farlo in quel contesto di povertà assoluta. La “Vita prima del Santo” di Tommaso da Celano (cap. XXX), mette nella bocca di Francesco “(…) vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello».

Affliggere i consolati
La Chiesa, oggi, ha un’opportunità d’oro: quella di approfittare del Natale per 1) rileggere la crisi che stiamo vivendo in un’ottica di fede e di provvidenza; 2) dare spessore e consistenza alla vocazione evangelizzatrice che oggi le viene chiesto  a gran voce di confermare.
Il bambino di Betlemme diventa un richiamo ai nostri stili di vita, un segno ed esempio di conversione profonda da tutto ciò che ci rende lenti, fisicamente e mentalmente obesi, rigorosamente chiusi su noi stessi, sui nostri bisogni e la soddisfazione degli stessi. Guai se la crisi attuale acuisse ulteriormente una tendenza da cui purtroppo ci dobbiamo sempre difendere, una tendenza allegoismo capace, a breve termine, di logorare i rapporti personali e sociali in nome del vantaggio personale.
Al contrario, le scienze moderne  definiscono il momento critico come il punto in cui un organismo (anche sociale) malato si dirige verso la sua guarigione o si avvia gradualmente verso la morte.  La fede accetta questa interpretazione di crisi fino al momento in cui quest’ultima si scontra con il paradosso che fonda il cristianesimo stesso: la “guarigione” , cioè, passa attraverso un percorso di morte e rinascita che segna tutta la vita battesimale del credente.  I racconti del Natale privi dell’ispirazione pasquale attraverso cui sono stati scritti diventano favole per bambini, importanti in un tempo della nostra vita, ma poi abbandonate come inutili.
La crisi marca quindi un turning point, un “o la va o la spacca” che rappresenta contemporaneamente un invito alla conversione e un appello alla missione. Il cambio interiore che il Natale ci impone non vuole cancellare l’impegno ad eliminare le strutture ingiuste, che fanno sì che a pagare oggi gli effetti della crisi siano coloro che hanno meno; Anzi,  l’impegno, a spendersi nella vita politico-sociale in cui ci troviamo diventa una conseguenza di un’opzione radicale in cui ci si affida nuovamente a Dio e alla sua azione nella storia. Dio nasce povero per liberare i poveri. Nasce migrante, per viaggiare sugli impervi cammini della migrazione di oggi, sentieri che sovente incrociano le rotte di chi sfrutta, schiavizza. Anche nel suo “farsi” uomo, Cristo è icona del Padre, amore misericordioso per l’umanità da redimere. L’incarnazione è quindi annuncio, testimonianza.
Se fossimo capaci anche noi di tradurre il bene che vorremmo, la pace che sogniamo, l’amore che agogniamo in azioni altrettante azioni concrete, faremmo del Natale una cosa diversa, piena di senso nonostante la crisi… nonostante tutto, non il momento in cui dobbiamo essere buoni, ma la celebrazione della nostra opzione di vivere la vita in modo buono. Usando una frase di Don Tonino Bello, il 25 dicembre non deve essere il giorno in cui, magari per rigurgito di buonismo, si decide di allargare il proprio cuore per consolare un afflitto, ma deve essere piuttosto il momento in cui la Parola di Dio, facendosi carne, “affligge i consolati” (e noi tra loro) dando alla loro vita rinnovato slancio per una missione di annuncio e testimonianza. Un Natale così avrebbe potuto dare ben altro titolo alla canzone di Bertoli, non “È nato, si dice”, ma piuttosto “È nato… e si vede!”.